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11 edizioni da esplorare · futuro, live e passato
Numeri, sede e abitudini di casa
California Roots entra in un luogo che possedeva già una storia enorme molto prima della sua nascita. Il Monterey County Fair & Event Center è lo stesso complesso che nel 1967 ospitò il Monterey International Pop Festival, dove Jimi Hendrix incendiò la propria chitarra davanti a una generazione che stava reinventando il concetto stesso di festival. Più di quarant’anni dopo, un altro evento iniziò lì senza alcuna genealogia diretta con quel mito. Nel 2010 California Roots durava un solo giorno, aveva un unico palco e circa 1.400 partecipanti. Jeff Monser, il fondatore, non aveva mai prodotto un festival. Quello che sarebbe diventato uno dei principali appuntamenti reggae-rock americani nacque quindi molto più vicino a una grande festa fra amici che a un’istituzione musicale.
Monser aveva inizialmente creato California Roots come marchio di abbigliamento e vendeva magliette durante i concerti reggae-rock della California. Organizzare uno show con lo stesso nome significava dare una casa temporanea alla comunità che si stava formando attorno al brand. Dirty Heads e Tribal Seeds furono fra i protagonisti della prima edizione e l’anno successivo il pubblico praticamente raddoppiò. Nel 2012 entrò Dan Sheehan, produttore e talent buyer con esperienza nel circuito reggae della Costa Ovest e delle Hawai‘i. Il suo arrivo cambiò rapidamente la scala: migliori relazioni con agenti e management, una produzione più strutturata, artisti più importanti e infine un festival distribuito su più giornate e più palchi.
Il reggae resta il nucleo, ma la parola “roots” ha finito per avere un significato molto più elastico. Rebelution, Slightly Stoopid, Dirty Heads, Stick Figure, Iration, The Expendables e SOJA rappresentano quella forma di reggae-rock americano che in California ha sviluppato un pubblico enorme. Damian Marley, Stephen Marley, Ziggy Marley, Burning Spear, Steel Pulse, Protoje e Chronixx collegano il cartellone a tradizioni giamaicane e generazioni differenti. Intorno sono entrati hip hop, folk e rock: Nas, Cypress Hill, The Roots, Atmosphere, Ben Harper, 311 o Tash Sultana non sembrano ospiti estranei. California Roots è diventato più interessato alla parentela fra comunità musicali che alla difesa di una definizione perfettamente chiusa del genere.
Anche il recinto ha favorito questa crescita senza farla sembrare completamente fuori controllo. Il Monterey County Fair & Event Center occupa circa 22 acres dentro Monterey, con palchi esterni permanenti, prati e diversi edifici. Si passa dai concerti principali a cibo, arte, associazioni e aree più tranquille senza affrontare le enormi distanze dei mega-festival costruiti su terreni giganteschi. La città rimane parte del weekend. Molte persone dormono negli hotel della zona, arrivano a piedi o in bicicletta e tornano a Monterey ogni sera. La vicinanza della baia si percepisce anche nel clima: un pomeriggio luminoso può cedere rapidamente a temperature molto più fresche quando il sole scende e l’aria marina torna a dominare.
La sostenibilità è diventata uno degli aspetti più concreti della cultura del festival. California Roots utilizza stazioni di refill, bicchieri e bottiglie riutilizzabili, stoviglie compostabili, programmi di riciclaggio e compostaggio e un servizio gratuito per biciclette e skateboard. Ha finanziato la piantumazione di migliaia di redwood e collaborato con organizzazioni che proteggono Monterey Bay. Nel 2020 ha ottenuto una certificazione che l’organizzazione descrive come la prima assegnata a un Green Festival nello Stato della California. Il festival riconosce inoltre il Fairgrounds come territorio ancestrale di Esselen, Rumsen, Costanoan e Ohlone, inserendo la relazione con il luogo dentro una concezione di comunità che altrimenti rischierebbe di restare soltanto uno slogan.
Nel frattempo, il pubblico è invecchiato insieme alle band e ne sono arrivate altre generazioni. Questo crea una sensazione diversa rispetto a un evento costruito ogni anno soltanto intorno alle tournée disponibili. Alcuni artisti che un tempo suonavano nel pomeriggio sono tornati da headliner; giovani gruppi occupano ora le loro vecchie posizioni. Per una parte del pubblico, California Roots funziona quindi come una riunione annuale. Cali Roots Radio e il circuito di eventi sviluppato da Good Vibez Presents hanno ampliato questa comunità verso island reggae, musica del Pacifico, roots giamaicano e conscious hip hop, ma Monterey rimane il luogo in cui le diverse ramificazioni tornano fisicamente a incontrarsi.
Le cancellazioni del 2020 e del 2021 hanno rappresentato la maggiore interruzione. Dopo dieci edizioni consecutive, la pandemia fermò un festival la cui qualità più difficile da sostituire era proprio la presenza comune. Il ritorno del 2022 ripristinò quella dimensione e nel 2026 la 15ª edizione accolse circa novemila persone al giorno per tre giornate. Ice Cube portò sul palco la storia dell’hip hop della West Coast; Rebelution e SOJA rappresentavano il cuore reggae-rock; Burning Spear collegava l’evento alle fondamenta del roots reggae. Tash Sultana, Common Kings, The Elovaters, The Green, Pepper, Collie Buddz e J Boog mostravano contemporaneamente quanto fosse diventata ampia la famiglia musicale costruita dal festival.
La 16ª edizione è già prevista dal 28 al 30 maggio 2027. Dopo quindici festival, California Roots possiede abbastanza memoria da rischiare di vivere soltanto dei propri classici, ma il suo equilibrio dipende dal contrario. Le band storiche devono tornare perché rappresentano anni condivisi dal pubblico; quelle nuove devono ancora avere la possibilità di crescere davanti allo stesso prato. Il luogo porta con sé il fantasma di Monterey Pop senza che i due eventi appartengano alla stessa storia. Perfino il nome suggerisce stabilità, mentre il cartellone continua ad allontanarsi da una sola definizione. Le radici rimangono a Monterey; ciò che cambia, edizione dopo edizione, è la direzione dei rami.
Linea del tempo
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