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JAZZ - FUSION JAZZ - SOUL JAZZ
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09–10 LUG 2027
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Lineup in arrivo — lo pubblichiamo appena confermato.
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6 edizioni da esplorare · futuro, live e passato
Numeri, sede e abitudini di casa
In pochi festival cambiare palco ha significato davvero attraversare un porto. Per buona parte della storia di ELBJAZZ, scegliere il concerto successivo poteva voler dire uscire da una grande struttura industriale, camminare sotto le gru di un cantiere navale e salire su un’imbarcazione diretta verso un’altra zona di Hamburg. Le strutture di Blohm+Voss non sono scenografia costruita per rendere il festival più fotogenico: appartengono realmente alla vita del porto. È proprio questa distinzione a sostenere ELBJAZZ dal 2010. Il jazz non viene isolato dalla città dentro un recinto temporaneo; viene portato nel luogo dove Hamburg mostra più apertamente il proprio carattere marittimo, industriale e monumentale.
L’idea aveva iniziato a prendere forma nel 2008. Tina Heine organizzava una piccola rassegna jazz settimanale nel suo locale Hadley’s, nel quartiere di Grindel, e cominciò a chiedersi perché Hamburg non avesse un grande festival capace di rendere il jazz visibile a tutta la città. Nina Sauer intuì subito che il porto sarebbe stato il luogo giusto. In seguito entrarono nel progetto professionisti come Karsten Jahnke e Folkert Koopmans. Quando la prima edizione si tenne il 28 e 29 maggio 2010, circa 10.000 persone si mossero tra numerose venue ascoltando artisti come Till Brönner, Manu Katché, Mariza e Portico Quartet. Il rapporto tra musica e geografia era già completamente definito fin dall’inizio.
Quell’ambientazione impedì a Hamburg di diventare una semplice indicazione geografica. Negli anni ELBJAZZ ha utilizzato cantieri, navi, chiese, musei e strutture industriali. Blohm+Voss è rimasto il punto più stabile, con dock, acciaio, container e gigantesche gru attorno ai palchi. Hafenmuseum, St. Katharinen, MS Stubnitz, MS Bleichen e Fischauktionshalle sono entrati in differenti fasi del percorso. Le imbarcazioni utilizzate per collegare alcune zone non furono sempre una soluzione perfetta: ritardi e attese potevano complicare gli orari. Ma proprio quelle difficoltà rendevano il porto qualcosa da vivere e non semplicemente da fotografare. Spostarsi verso il concerto successivo significava misurare la reale distanza tra due sponde dell’Elba.
Anche la musica ha seguito una filosofia aperta. ELBJAZZ non è mai stato pensato soltanto per specialisti già immersi nella tradizione. Dianne Reeves, Jan Garbarek, Michael Wollny e NDR Bigband rappresentano mondi differenti del jazz, mentre Jamie Cullum, Chilly Gonzales, soul, funk, hip-hop ed elettronica hanno allargato continuamente il perimetro. Nel 2024 quella ricerca arrivò a un punto particolarmente evidente: Jungle, The Streets e Faithless furono tra i grandi protagonisti di un’edizione che attirò circa 22.500 persone e cercò esplicitamente un pubblico più giovane. Il successo numerico aprì però una domanda inevitabile: quanto può allontanarsi dal jazz un festival che porta quella parola nel nome? La risposta avrebbe influenzato direttamente la fase successiva.
ELBJAZZ aveva già attraversato un’interruzione importante. La rapida crescita dei primi anni generò difficoltà economiche e, dopo il 2015, fu necessaria una riorganizzazione che portò alla pausa del 2016. Il ritorno nel 2017 modificò profondamente la mappa, perché la nuova Elbphilharmonie entrò nel festival. Il contrasto con Blohm+Voss sembrava quasi costruito apposta: da una parte l’acciaio, le navi e le dimensioni operative di un cantiere; dall’altra uno degli auditorium più sofisticati d’Europa. ELBJAZZ poté utilizzare entrambi senza stabilire quale dei due fosse più adatto al jazz. Quella doppia appartenenza, tra industria e alta cultura, divenne una delle immagini più precise della sua maturità.
La seconda pausa arrivò nel 2025 per ragioni differenti. Gli organizzatori dichiararono di non aver trovato una disponibilità sufficiente di headliner jazz adeguati e decisero di ripensare il calendario. Dal 2026 il festival è stato spostato a luglio per coincidere meglio con i tour europei e con altri grandi appuntamenti jazz del continente. Il ritorno fu presentato come un “back to the roots”: circa trenta artisti avrebbero riportato jazz e generi confinanti al centro. Jamie Cullum, Snarky Puppy, Nubya Garcia, José James con China Moses, Greentea Peng, The Bad Plus e NDR Bigband mostravano però che recuperare il jazz non significava chiudere le porte. Significava tornare a usarlo come punto di partenza.
Il 10 e 11 luglio 2026 circa 19.000 persone parteciparono alla nuova edizione. Trentatré band e artisti si distribuirono su quattro palchi nell’area Blohm+Voss. Jamie Cullum e Tom Jones guidarono le serate principali del cantiere, mentre Joss Stone e Chilly Gonzales tennero concerti completi nella Elbphilharmonie come Specials con biglietti separati. Debuttò inoltre una Hamburg Stage pensata per mostrare con maggiore chiarezza la scena cittadina. Era un ritorno a un’altra intuizione delle fondatrici: portare grandi nomi internazionali non bastava, se il festival non aiutava anche Hamburg a percepirsi come una città capace di produrre jazz e non solamente di ospitarlo.
La prossima edizione è già confermata per il 9 e 10 luglio 2027. Poiché quelle date coincidono con la pausa stagionale della Elbphilharmonie, i concerti collegati alla sala saranno distribuiti in altri momenti dell’anno come eventi satellite. È un’ulteriore variazione in una storia che non ha mai protetto rigidamente la propria formula. Venue, organizzazione e confini musicali sono cambiati più volte. È rimasta invece l’idea più concreta: mettere il jazz in dialogo fisico con il porto. Molti festival potrebbero prenotare gli stessi artisti; nessuno può duplicare facilmente l’istante in cui si esce da una sala, si vede un’enorme gru sopra l’Elba e si capisce che il concerto successivo appartiene alla stessa città, ma a un altro pezzo del suo paesaggio industriale.
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