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HOUSE - TECHNO
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2 edizioni da esplorare · futuro, live e passato
Numeri, sede e abitudini di casa
A Friedrichshain, KRAKE FESTIVAL non sta in un solo seminterrato. Il nome è un polpo: tante braccia, tante sale, una testa. Nell’agosto 2010, dall’11 al 15, Nico Deuster (Killekill) e Holger Hilgers (Salon du Katz) unirono quelle due notti di club per un festival di ciò che chiamarono experimental dance music — un’etichetta che non esisteva del tutto e che serviva proprio per quello. Chi arriva cercando un Kosmonaut da diga sassone sbaglia città. Qui il suolo è Berlino e l’orecchio è techno e house che non si accontenta del loop del fine settimana.
L’apertura fu alla Berghain Kantine, Am Wriezener Bahnhof: sala piccola, annessa al club che il turismo aveva già reso mito. Il resto dell’incontro si spostò al Suicide Circus, Revaler Straße 99, un club di taglia media con pista interna e pista all’aperto, nel cuore della notte di Friedrichshain. Il contrasto è la tesi. Un mercoledì intimo in Kantine; poi un recinto che fa entrare il cortile. Un pass di quattro giorni costava trenta euro. Quel numero non è nostalgia di prezzo. Misura una scala che stava ancora in due indirizzi, non in un recinto di recinzioni estive.
Deuster lo disse dopo senza trucco: le notti Killekill erano diventate più omogenee per costruire pubblico; il resto di ciò che amavano non stava più in un martedì. Krake nacque per quel resto. Hilgers portò Salon du Katz. Il polpo, dissero, esce dal fondo con molte braccia: rami di musica diversi, venue diversi. Plaid, Cristian Vogel, Bogdan Raczynski, Radioactive Man, Kettel, Frank Bretschneider, Der Dritte Raum, Sven Weisemann, DJ Flush non sono una lista di trofei. Spiegano l’ampiezza: IDM Warp, techno da laboratorio, breakbeat strano, electro di stirpe britannica, un orecchio che il club settimanale non poteva più sostenere ogni settimana.
L’esperienza si deduce dal formato reale. Si arriva in S-Bahn a Ostbahnhof o si cammina per Revaler. Di giorno Friedrichshain sembra ancora un quartiere; di notte il Suicide Circus suona verso il cortile e verso dentro. Niente campeggio. Un appartamento di amici, un ostello, il bar dopo a due isolati. Chi viene da un altro paese non compra un campo: compra diverse notti di club incatenate. Il caldo d’agosto nel cortile, l’aria condizionata che non basta, il salto dalla Kantine al recinto più grande: quello è il tragitto. Il pubblico è quello delle notti Killekill e di chi vuole sentire Plaid senza che gli vendano un open-air da diecimila.
Nel 2011 il polpo aprì più braccia — Roter Salon, Festsaal Kreuzberg, Chez Jackie accanto a Kantine e Suicide Circus — e il calendario si allungò. Questo testo non trasforma quell’espansione in una promessa. Racconta una conseguenza: se il festival esiste per ciò che il club settimanale non regge, la mappa si moltiplica. Jimmy Edgar, Redshape, Bola, Bill Youngman stanno in quella seconda ondata come prova che Warp, Delsin e Skam potevano convivere con l’etichetta di casa. Killekill non è uno sponsor. È l’orecchio che non stava in una sola notte.
Il polpo non è solo un disegno. È un modo di muoversi: non si vive una sola pista. Si incatena una sala annessa a un club-mito con un cortile di Friedrichshain, e poi con un salon della Volksbühne o un Festsaal. Chi tratta KRAKE come una notte Berghain cancella il salto. Il turismo aveva già comprato il mito; Deuster e Hilgers comprarono il resto — il difficile, ciò che non sta in un martedì omogeneo — e lo spartirono in braccia.
Non bisogna mescolare questo polpo con il Kosmonaut Festival di Chemnitz né con un Berghain da cartolina. KRAKE FESTIVAL è quello di Deuster e Hilgers, quello del 2010 tra Kantine e Suicide Circus, quello di Killekill e Salon du Katz. Mescolarlo con un rock da diga perché qualcuno confonde i nomi è mescolare un cortile di Friedrichshain con un pedalò. Il suolo è Berlino. L’orecchio è techno e house da festival di club, non da erba.
Chi esce su Revaler all’alba capisce perché il club settimanale non bastava. Tra la Kantine del mercoledì e il cortile del Suicide Circus, tra Plaid e Bretschneider, tra il polpo disegnato e i due indirizzi, Berlino ebbe un festival di dance difficile che non chiese in prestito il campo a nessuno. Nico Deuster presta Killekill; Holger Hilgers presta Salon du Katz. Chi esce dal cortile sente ancora la S-Bahn e vede Friedrichshain ancora quartiere, non campo. Resta un KRAKE che imparò a essere tante braccia senza smettere di essere, in fondo, due notti di club che rifiutarono di scegliere un solo ramo.
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