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Alexandra Palace non è un ponte di Aarhus né un viale di Edmonton. È un palazzo vittoriano sopra un parco del nord di Londra, Ally Pally per chi vive vicino, un orizzonte di mattone e terrazza che la città già usava per altro. Il 21 luglio 2018 Simon Fell ha inaugurato Kaleidoscope Festival in quel recinto: un sabato di indie, rock e pop mescolato a teatro, commedia e una scommessa familiare. L’annuncio diceva che il parco si apriva in un modo che non si vedeva da circa trent’anni. Chi cerca specchi sotto un Ringgadebroen o un Thanksgiving senza recinzioni in Alberta è sceso alla stazione sbagliata: qui l’origine è un giorno di luglio, un palazzo e un parco trattato, per una uscita, come festival.
Fell ha citato una capienza intorno ai dodicimila. Il numero, con prudenza, fissa la scala: non è un incontro di cinquecento in una casa gallese né un viale gratuito di decine di migliaia. È un sabato londinese di misura media, gente abbastanza per riempire prato e terrazze, non un recinto di fine settimana con campeggio. Si arriva in treno ad Alexandra Palace, si sale la collina, si entra nel parco. Il tragitto è urbano e in salita. Chi viene con i bambini capisce il contratto familiare; chi viene per The Flaming Lips capisce l’altro: il palazzo può reggere un headliner di psichedelia e, insieme, un set di commedia all’ombra.
Il cartellone di quella giornata spiega la tesi meglio di uno slogan. The Flaming Lips, Mystery Jets, Ghostpoet, The Go! Team, Beth Orton: indie e pop britannici, un bordo di rock e di hip hop parlato, voci che un pubblico di Londra già conosceva dalle sale. Katherine Ryan, Mark Watson, John Cooper Clarke: la commedia e il verso non sono un extra di merchandising. Sono il secondo polso del giorno, quello che trasforma il parco in un recinto di più di un mestiere. Norman Jay e Don Letts girano l’orecchio verso il sound system e il reggae di città, il Londra che non comincia dalla chitarra indie. Kaleidoscope, nel 2018, scommette che un sabato possa reggere tutto questo senza diventare un recinto di un solo genere.
L’esperienza del pubblico è di prato, di coda del treno e di ombra d’albero. Luglio nel nord di Londra può essere mite o un sole che chiede acqua. Si cammina tra il palazzo e il parco, si sceglie un palco, se ne perde un altro. Il teatro e la commedia chiedono di sedersi; il concerto chiede di stare in piedi. Non c’è una settimana di spiaggia né un quartiere di Thanksgiving col traffico tagliato. C’è un giorno, un recinto che la città già sapeva trovare, e la stranezza — se l’annuncio regge — di un parco usato con un’apertura che i decenni precedenti non avevano permesso allo stesso modo. Si mangia ciò che i banchetti offrono. Si torna in treno. L’after, se c’è, è un pub di Muswell Hill o di Wood Green, non un’isola.
Qui non si afferma una continuazione né un calendario. Si afferma l’arco verificabile di un sabato: 21 luglio 2018, Alexandra Palace e Alexandra Park, Simon Fell, dodicimila di capienza citati da lui, il parco aperto secondo l’annuncio come non era stato aperto da circa trent’anni, il cartellone di Lips e Mystery Jets, Ryan e Cooper Clarke, Jay e Letts, indie, rock e pop. Le fonti lo indicano come un festival di un giorno ad Ally Pally, non come Kaleido ad Aarhus né come Kaleido su Alberta Avenue. Quella distinzione non è un capriccio di nome. È la geografia.
Londra non ha bisogno che le si spieghi Alexandra Palace. Il pubblico locale tratta il recinto come un luogo di fiere, di piste di ghiaccio, di concerti che vanno e vengono. Kaleidoscope Festival, nel 2018, ha tentato altro: mettere in un solo sabato la musica che un orecchio indie già voleva sentire e i mestieri — commedia, verso, teatro, famiglia — che un parco aperto può reggere se si programma con quella ambizione. Chi è venuto solo per un headliner ha potuto incontrare un poeta o un DJ di sound system. Quella collisione è il carattere.
Il nome Kaleidoscope, qui, significa pezzi di un giorno che non sono dello stesso colore: un verso di Cooper Clarke, un kick di Norman Jay, una canzone di Beth Orton, una battuta di Katherine Ryan, la psichedelia dei Flaming Lips su un prato di luglio. Non significa arti da viale canadese né elettronica sotto un ponte danese. Chi redige deve tenersi Ally Pally, Fell, il 21 luglio, i dodicimila e il parco. Il resto è un omonimo.
Kaleidoscope Festival si capisce meglio come un palazzo che ha prestato il parco un sabato. Tra Fell e i dodicimila, tra The Go! Team e Don Letts, tra l’annuncio dei trent’anni e il treno del ritorno, Londra ha avuto nel 2018 un giorno di indie, rock e pop che non ha chiesto un campeggio. Ha chiesto una collina, un prato e la decisione che la commedia e il sound system stessero sulla stessa mappa di The Flaming Lips.
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